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guardarsi e non riconoscersi

in passato, soprattutto da ragazzino, mi capitava questo:

quando mi guardavo nello specchio non mi riconoscevo, e più continuavo a fissarmi (non ricordo quanto tempo poteva passare, magari anche un'ora) più mi sembrava aumentasse il distacco nei confronti dell'immagine che vedevo riflessa, non riuscivo ad associare il mio volto a me stesso e pensavo:
chi sono io? Non sono l'immagine nello specchio, io sono dentro da qualche parte che osservo l'immagine riflessa di un volto estraneo

è difficile mettere a fuoco come mi faceva sentire (in parte confuso, perso) a voi è mai successo?

Con il passare del tempo probabilmente mi sono abituato al mio volto e ho smesso di rimanere in piedi davanti allo specchio per lunghi periodi perso in quel contemplativo senso di estraniamento, anche se non ho capito se ho smesso di farlo perché semplicemente ho accettato che quello fosse il mio volto o se ho solamente smesso di farlo perché ho accettato come un dato di fatto, che non destava più il mio interesse e la mia perplessità, il distacco tra il me stesso interiore e l'immagine riflessa.

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rondinella61Charline

Commenti

  • LupaLupa Post: 655
    A me succede anche adesso con le fotografie. Mi piace molto la fotografia ma detesto essere fotografata, quando mi vedo in foto mi riconosco razionalmente ma non visivamente. Con lo specchio non mi succede, quindi ho pensato fosse dovuto alla staticità dell'immagine fotografica e alle deformazioni prospettiche.
    rondinella61
  • ilsensodellombrailsensodellombra Post: 112
    modificato febbraio 2020
    Io non ho mai avuto problemi a riconoscere il mio volto in una foto e ciò che mi accadeva davanti allo specchio era dovuto proprio al fatto che io sapevo che quell'immagine corrispondeva alla mia faccia dotata di determinate caratteristiche fisiche; il mio non riconoscermi nasceva dal fatto che quella per me era solo una faccia, qualcosa che non mi rappresentava minimamente perché il me stesso che osservava quella faccia (come le facce di tutte le altre persone) era dentro la mia mente e non aveva nulla a che fare con dei tratti somatici che avrebbero potuto cambiare, anche di molto, a causa di agenti esterni come un incidente o il passare del tempo o la chirurgia plastica o il trasferimento della mia mente dentro un altro corpo-contenitore artificiale

    era come se l'apparenza per me non avesse alcun senso, alcun collegamento con tutto quello che stava dietro di essa e che rappresentava ciò che conta veramente, ciò che Io ero veramente, come se l'apparenza fosse un elemento di nessuna importanza, una forma esteriore che distraeva, confondeva, e attirava l'attenzione soprattutto quella altrui come se fosse la cosa più importante, e mi impediva di giungere al vero me stesso e impediva anche alle altre persone di entrare in contatto con il vero me stesso

    e ricordo anche che non riuscivo a percepirmi come bello o brutto, non riuscivo proprio a esprimere un giudizio in merito e non ne sentivo nemmeno l'esigenza, il piacermi o il non piacermi non rientrava nella mia modalità esistenziale, tale percezione era sempre legata agli altri erano loro che esprimevano giudizi, e una delle conseguenze era che non fossi in grado di capire  perché piacessi a una ragazza, dato che la mia interiorità era quasi sempre e quasi del tutto blindata e quindi l'ipotetica ragazza non poteva che essere attratta principalmente dall'apparenza, quindi capivo che l'apparenza aveva la sua importanza. ma non riuscivo a capire quale.


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    P.S. Tutto ciò creava un loop dal quale non riuscivo a uscire: Dato che io non ero in grado di comunicare la mia interiorità alle altre persone esse non potevano far altro che rapportarsi solo con l'apparenza e ciò era fonte di ansia e malessere.
    Post edited by Sniper_Ops on

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  • texastexas Post: 12
    @ilsensodellombra ciò che hai descritto come qualcosa che "ti capitava", quel "contemplativo senso di estraniamento", mi ricorda molto una delle tecniche in cui mi sono imbattuto nella mia ricerca su come diventare coscienti di sognare, quando nel sonno entriamo nella fase R.E.M. (Rapid Eye Movements), in cui l' attività cerebrale ha un' impennata e un mondo onirico viene generato, con percezioni sensoriali non dissimili da quelle  che sperimentiamo nel mondo "reale". Si tratta di mettersi davanti a uno specchio e di fissare a lungo la propria immagine come se si trattasse di un altro, quindi volutamente provocare, con l'autosuggestione, quel "senso di estraniamento" che a te "capitava" da ragazzino. E se quel ragazzino avesse attivato un processo psichico (conclusosi il giorno che ha smesso di rimanere a lungo davanti allo specchio?) in cui la coscienza conquista una nuova dimensione di sé stessa, dove "la vita è sogno" (per dirla con Calderon de la Barca) ? ...
  • @texas interessante...il tema del sogno è sempre stato importante per me, non conoscevo tale tecnica, tuttavia avendo una grande immaginazione e la capacità di visualizzare dentro di me praticamente quello che voglio sono sempre stato in grado di "sognare ad occhi aperti" tuttavia la mia capacità si è sempre fermata alle immagini quindi niente suoni o odori o sensazioni tattili

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  • Capitava qualcosa di simile a me. Mi guardavo allo specchio e arrivavo a vedermi come distaccata da quell'immagine riflessa, però non mi piaceva per niente la sensazione, quindi evitavo. Poi mi capitava anche di non capire come potessero vedermi gli altri (grassa, magra, bella, brutta).. cercavo di guardarmi con occhi neutri ma non riuscivo a darmi un giudizio.
  • Mi relaziono molto a ciò che hai vissuto e vivi. Anche io con il tempo ho "smesso" di guardarmi allo specchio "seriamente", per i tuoi stessi supposti motivi. Ma quando mi capita (subito dopo un forte "meltdown", per esempio), e mi blocco fissando la mia immagine allo specchio, vivo una sensazione allucinatoria molto particolare; non mi riconosco ma non riesco a distogliere lo sguardo, il quale casca fisso ad "ammirare" un qualcosa che non sento di essere "io". L'esperienza è quasi "paranormale": finisco per vedere sfocato e il mio volto assume forme "strane". Evito di guardarmi così attentamente proprio perché risulta estraniante. Accetto, perché costretta, il fatto che il mio "fuori" non rispecchia affatto il mio "dentro"; ma non accetterò mai il "fuori" come il mio "dentro" - perché semplicemente non sono lo stesso e mai sembreranno tali.
  • Una spiegazione, tra le tante possibili, potrebbe essere questa, e chi parla non è un esperto della mente, non è quello che viene chiamato in gergo "un addetto ai lavori", ma solo una persona che non può fare a meno di porsi domande e indagare senza alcuna pretesa di certezza:

    la profonda vita interiore e l'eventuale capacità di vedere dentro la propria mente i pensieri come se fossero immagini (statiche come fotografie o in movimento come un filmato) si lega alla percezione che una persona autistica ha di sé, e nel nostro caso  l'unica immagine disponibile è quella esteriore che si riflette in uno specchio. Tuttavia essendo profondamente consapevoli che il "vero" me stesso esiste all'interno, dietro l'immagine riflessa, e non essendo possibile ottenere l'immagine del me stesso interiore, in quanto privo di connotati somatici, ciò crea come un conflitto non risolvibile tra l'immagine esteriore, che non ci rappresenta, e l'interiorità priva di un'immagine visualizzabile.

    Cioè io posso guardare il mio volto riflesso in uno specchio, ma non esiste uno specchio in grado di riflettere la mia mente, ovvero ciò che io percepisco come il nucleo fondamentale del mio pensiero, il nucleo fondamentale della mia esistenza, il nucleo fondamentale della mia persona. Possiamo visualizzare il contenitore ma non il contenuto.

    E quanto è frustrante per tale mente essere in grado di visualizzare "tutto" tranne che se stessa?

    O smetti di indagare tale aspetto ignorandolo, o ti rassegni accettandolo come un fenomeno al di fuori del tuo controllo, o rischi di essere fatto a pezzi dalla continua tensione priva di soluzioni.

    p.s. ovviamente alla base di un tale ragionamento esiste un'incognita fondamentale che l'essere umano non è ancora riuscito a risolvere: siamo solamente frutto di un processo chimico-fisico e delle condizioni ambientali in cui tale processo si attua o esiste qualcosa che trascende la nostra genetica, la chimica, la fisica, qualcosa che esiste prima che lo spermatozoo fecondi l'ovulo?

    p.p.s. rispetto a tale incognita io ho sospeso il giudizio, mi ritengo agnostico

    Honey

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