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Mamma di una bimba Aspi

Buongiorno a tutti, sono nuova su questo forum. Ho pensato di scrivere perché sto incontrando una nuova difficoltà nel rapporto con mia figlia e vorrei cercare di gestirla al meglio, magari qualcuno di voi potrebbe darmi qualche prezioso consiglio.
In breve su di noi: io, 34 anni, italiana, PAS estroversa (persona altamente sensibile), il mio compagno, 51 anni, tedesco, Asperger, le nostre due figlie, 7 anni tra pochi giorni, Asperger, 4 anni, PAS. 
In casa nostra non ci si annoia mai, viviamo in una specie di dimensione alternativa dove tutto è possibile. 
Sono magari parole strane da sentir pronunciare da una donna del ventunesimo secolo, ma il grande scopo della mia vita è quello di aiutare le mie figlie (e il mio compagno) a vivere.
Da bambina sognavo di svegliarmi un giorno da neurotipica, di togliermi di dosso il grande peso dell‘esistenza e poter vivere come tutti gli altri. Crescendo ho capito che non sarebbe mai successo e quando sono diventata madre e ho guardato negli occhi delle mie figlie, mi è piombata addosso la consapevolezza che anche loro non avrebbero avuto vita facile. Quindi ho deciso di utilizzare tutti i miei talenti e le mie capacità alla ricerca di strade per insegnare loro a vivere, adattarsi, rimanere se stesse, amarsi, accettarsi. Purtroppo però per quanto io mi impegni non sono Asperger e arriva spesso un limite di incomprensione, come in questi giorni, e per questo sono qui. Nulla di grave, il peggio lo abbiamo (spero) superato negli anni passati, è più che altro una domanda comportamentale. 
Mia figlia di 7 anni (per la quale i dottori hanno detto che non possono esprimersi con una diagnosi Asperger al 100%, in qualche modo le nostre „atipicità“ si sono mischiate creando una bella macedonia) crea dei mondi immaginari nei quali vive, gioca, si relaziona o fa relazionare i suoi personaggi. Fin qui tutto nella norma, lo facevo (e faccio tutt’ora) anch‘io. Ogni suo gioco deve venir ripetuto milioni di volte fino all‘esaurimento e oltre, e anche qui nulla di nuovo, l‘ha sempre fatto. Ora in questo suo nuovo mondo ha deciso di inglobare anche il resto della famiglia, che invece solitamente ha sempre fatto da solo spettatore. In pratica finora ho sempre dovuto ascoltare il racconto in tempo reale della sua storia durante il gioco (e guai a me se perdo una parola, vengo immediatamente interrogata se per sbaglio la mia attenzione si è spostata un secondo). In questa nuova versione del gioco noi siamo i suoi personaggi e dobbiamo chiamarci con questi nomi da lei inventati, tutta la giornata durante la quotidianità. Anche qui, la cosa farebbe sorridere, se non fosse che quando per sbaglio usiamo il nome vero di qualcuno di noi si scatena l‘inferno. Odio, rabbia, urla, pacchetto completo. Il padre Aspi va in crisi, la sorella PAS comincia ad imitare la sorella facendola arrabbiare ancora di più, io perdo la pazienza e cerco di mettere un freno magari facendo la voce grossa o chiudendo forzatamente l‘argomento, come ad esempio stamattina dove tutto questo è successo mentre si stava per uscire per andare a scuola (viviamo in Germania, qui i 5 minuti di ritardo non sono tollerati, nonostante abbia trovato per mia figlia la scuola più flessibile disponibile). Comunque anche questo racconto si può tranquillamente collocare nelle storie di ordinaria follia che viviamo giornalmente. Ora arriva la mia domanda, e cioè, mia figlia usa come arma di difesa durante l‘attacco di rabbia la frase „non è un gioco! Io sono veramente Isabella (il suo personaggio)“ all‘inizio sorridevo su questa cosa, nel frattempo sono passati due mesi e non riesco più a sorriderci. Le prime volte questa reazione scaturiva alla mia affermazione „ora basta giocare è ora di andare“ o cose così (frasi che ho sempre usato di rito, con il giusto tono calmo e con un preavviso di almeno 5 minuti in modo da darle il tempo di arrivare ad un punto della storia accettabile per fare una pausa), ma adesso è diventato il suo cavallo di battaglia. Il problema è che poi riversa tutto il suo odio sul padre che si chiude a riccio e non reagisce e si innesca una valanga che rende la giornata davvero difficile a tutti. 
Il mio problema: non so come affrontare la questione „gioco-realtà“. Mi rendo conto che il suo gioco sia per lei reale, so che è una fase che passerà, non sono preoccupata per quello che fa, rientra tutto nel suo schema di vita, però noi „sbagliamo“ a pronunciare i nomi e questa variabile non è correggibile. Io potrei ancora ancora farcela, ma il padre e la sorellina no. 
Ho pensato di introdurre con lei l‘argomento „limiti“, ma non so davvero come formulare un limite al gioco se per lei è la realtà. Presa a freddo mia figlia ha un intelletto incredibile e si riesce a farla arrivare ovunque col ragionamento, ma non penso che l‘accettazione della „vera“ realtà sia la strada giusta, non lo so, così a sensazione.
Magari qualcuno ha per me uno spunto su cui ragionare? 
Chiedo scusa a tutti per questo messaggio fiume, grazie 
mammarosanna

Commenti

  • wollywolly Post: 27
    Ciao, innanzitutto complimenti per la tempra, io con mio figlio a volte sento di impazzire perché non riesco a fare un discorso normale, o si parla di cartoni o di vita reale ma con domande a raffica, nelle pause canzoncine volutamente storpiate a gogò. Non posso purtroppo darti molti consigli perché io attualmente navigo a vista,  siamo in attesa di una visita che è stata già rimandata due volte per motivi che non dipendono da noi, ma mi.sorge spontanea una riflessione. A scuola in Germania so che i bambini con problematiche vengono destinati a scuole speciali ( anche per i bimbi con apc credo)  Se tua figlia va in una scuola normale, immagino che li sappia bene dove è  e cosa sta facendo, e che quindi comprenda la differenza tra realtà  e fantasia. Solo che questo magari a casa non  vuole farlo. Inoltre visto il carico che avete forse sarebbe giusto rivolgersi a qualcuno per aiutarvi, per un parent training magari. In bocca al lupo per tutto.
  • vera68vera68 Post: 3,292
    Io penso che un buon parent training vi sia di aiuto.
    "viviamo in una specie di dimensione alternativa dove tutto è possibile. 
    Sono magari parole strane da sentir pronunciare da una donna del ventunesimo secolo, ma il grande scopo della mia vita è quello di aiutare le mie figlie (e il mio compagno) a vivere..... 
    Crescendo ho capito che non sarebbe mai successo e quando sono diventata madre e ho guardato negli occhi delle mie figlie, mi è piombata addosso la consapevolezza che anche loro non avrebbero avuto vita facile. Quindi ho deciso di utilizzare tutti i miei talenti e le mie capacità alla ricerca di strade per insegnare loro a vivere, adattarsi, rimanere se stesse, amarsi, accettarsi. "

    Sembra di sentire  mia madre...

    Mi spiegheresti meglio cosa intendi per 
    " viviamo in una specie di dimensione alternativa dove tutto è possibile."? 
    Grazie

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