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Il rapporto terapeutico

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Commenti

  • bannato2bannato2 Post: 2,035
    Si.
    L'ultimo che hai elencato a dirti il vero non ho idea di cosa sia.

    Il peabody è un test di intelligenza verbale.

    Il Leiter è misto.
    adesso che un po mi conosci  potresti consigliarmi qualche test wolfgang'=?? se possibile ovviamente e se gia lo hai in mente eccco.. altrimenti aspettiamo eventualmente piu avanti ecco... mi interesserebbero molto le tue impressioni su di me.. e ovviamente anche di tutti gli altri che si sentissero di esprimerle.. non sono permaloso qui io.. quindi non fatevi scrupoli eventualmente doveste intervenire..
    grazie..
  • Condivido tutto...la psicologa che seguiva nostro figlio 13enne asperger gli ha letto per 6 mesi il libro l?ABC delle emozioni come fosse un testo scolastico, senza fargli fare esercizio in merito...secondo lei questa era una terapia CBT. Lei cosa pensa al riguardo????
  • wolfgangwolfgang Post: 10,786
    @giongiu L'ABC delle Emozioni di Di Pietro è un ottimo libro, ma non va letto, va messo in pratica. Avete buttato 6 mesi e tanti soldi, a leggerlo, potevate leggerlo anche voi a vostro figlio.
    Né scusa né accusa. Addestrare le competenze, insegnare valori, e-ducare l'Uomo dalla Bestia. La Natura non è una scusa.
  • Grazie della risposta. Infatti non lo mandiamo più, continueremo a leggerglielo noi cercando di farlo esercitare. Può darci consigli sul come metterlo ion pratica???
  • giovannagiovanna Post: 3,905
    entrambe le cose, esse convivono, in quanto siamo il frutto e l'espressione di forza contrarie e che ci completano.

    il distacco di cui probablmente parla il terapeuta, non è una  strategia comportamentale, non si può insegnare, l'errore di fondo, concettuale, è questo.

    Il "distacco" è un concetto della meditazione orientale, è una meta da raggiungere, a cui tendere.

    Quando un oggetto non ti dà più problema, intorno ad esso fai il vuoto, il vuoto mentale, cioè essa non ti tocca emptivamente, per cui non ci soffri.

    Ma ripeto, non è una tecnica, è un'illuminazione.
    Sono quella che ha creduto sempre che fosse la chioma di un albero al tramonto e invece era un orso
  • giovannagiovanna Post: 3,905
    modificato ottobre 2013
    In realtà il distacco non esiste, il nostro cervello fa un pensiero ogni quattro secondi, non può essere mai vuoto.

    il concetto di distacco mira a una comprensione della sofferenza di tipo SPIRITUALE, meditativo, vado sino in FONDO ad essa, ELIMINANDOLA,o meglio, NON  eliminandola da me, non ha niente a che vedere con la mncanza di empatia, è un altro concetto!

    chi sa fare questo, vedi monaci tibetani, è PROFONDAMENTE empatico, perchè esce da se stesso!

    meditare e rielaborare la propria sofferenza mentale, partendo dal concetto che essa fa parte di noi, della vita, che non si elimina, non vi silotta contro, ma la si ACCOGLIE come parte del nostro ESSERE, nel SE', e vi si integra.

    Solo allora si può essere empatici:))

    tutto ciò nasce da una visione del mondo come proiezione della nostra anima, come un mondo di ombre, ti potresti rifare a Platone, che non sono che la visione parziale della verità, sono il modo in cui ti ci rispecchi.

    Perchè la questione neuroni specchio? Non è empatico, chi non sa speccharsi nell'altro, e nel tutto, e coglierne l'essenza, il bene e il male, lo ying e lo yang, l'Idea, la LUCE che sta dietro il tutto, la consapevolezza.

    può specchiarsi nell'altro chi viaggia dentro se stesso, prima, alla ricerca delle sue Emozioni più recondite, più inconfessate,più nascoste, e comprende le proprie e le altrui, GUARDANDOSI ALLO SPECCHIO!:))) 

    perchè gli Altri siamo NOI, il sorriso della mamma diventa il nostro, il suo pianto il nostro, e così via:) E' così che non siamo più soli, la profonda solitudine nasce dalla non accettazione di ciò che siamo, o dalla sua non- comprensione.
    Post edited by giovanna on
    Sono quella che ha creduto sempre che fosse la chioma di un albero al tramonto e invece era un orso
  • giovannagiovanna Post: 3,905
    Dunque il rapporto terapeutico si instaura quando nasce una vera comunicazione tra le emozioni di due esseri, che provano emozioni alla presenza dell'altro, e le condividono, emozioni autentiche al di fuori dei condizionamenti educativi e della vita sociale, è un mondo privilegiato, un mondo a aparte, una Quest.

    E' chiaro che l'uno è preposto in quel caso, ad ascoltare e a ricevere, empaticamente, l'altro si apre.

    Se ciò non accade, la relazione terapeutica non funziona, il terapeuta deve fare il vuoto per poter accogliere le emozioni del paziente, deve essere empatico, il paziente a sua volta deve fare il vuoto dentro di sè per accogliere altri occhi, il pensiero del terapeuta, con fiducia.

    Vedi novella zen della tazza di tè colma:)
    Sono quella che ha creduto sempre che fosse la chioma di un albero al tramonto e invece era un orso
  • giovannagiovanna Post: 3,905
    scusate se sorrido, ma questi discorsi nel tempio degli Asperger e NT che si confrontano,sono a dir poco insoliti, speriamo passi la comunicazione, e non avvenga un incidente diplomatico, ahahah:)))
    Sono quella che ha creduto sempre che fosse la chioma di un albero al tramonto e invece era un orso
  • giovannagiovanna Post: 3,905
    oddio, mi è sparito il messaggio a cui rispondevo, ho sbagliato thread?? Se così, bisogna lo ricerchi, scusate, non ci capisco più nulla!
    Sono quella che ha creduto sempre che fosse la chioma di un albero al tramonto e invece era un orso
  • giovannagiovanna Post: 3,905
    Cioé la domanda in realtà può essere sintetizzata: cosa deve venire prima? Il bene egoistico del paziente o di chi gli sta intorno? In quali proporzioni? Secondo quali modalità?
    ah eccolo! ok rispondevo a questo di wolfgang
    Sono quella che ha creduto sempre che fosse la chioma di un albero al tramonto e invece era un orso
  • wolfgangwolfgang Post: 10,786
    @giongiu quanti anni ha?
    Né scusa né accusa. Addestrare le competenze, insegnare valori, e-ducare l'Uomo dalla Bestia. La Natura non è una scusa.
  • 13 anni
  • FolleFolle Post: 10
    Leggendo diversi libri di psicologia mi sono reso conto che viene insegnato il "distacco". Gli psicologi tendono spesso ad analizzare -> risolvere una situazione inquadrandola nei loro schemi mentali (in ciò che hanno studiato). Spesso il professionista si fa un'idea già nei primi minuti e propone subito terapie. E' questo il modo più efficace? Se l'interazione e l'empatia sono realmente importante (come viene ripetuto a tutti gli aspie..), forse questo è l'approccio sbagliato.
    Cosa ne pensate?
    Potrebbe essere un desiderio narcisistico (dettato dall'aspie se lo sei)?

    come io mi concentro totalmente su di me tu (terapeuta) devi concentrarti totalmente su di me, a livello cerebrale ed emotivo e magari anche fisico!
  • GrizliGrizli Post: 288
    modificato febbraio 2014
    i miei due cent sul rapporto terapeutico. premetto che non ho ancora la diagnosi ma che se mi penso asperger tutto quadra. 

    credo che a prescindere dall’orientamento i terapeuti non siano tutti uguali, come non lo sono gli asperger o le persone che cercano aiuto psicologico. 

    la mia esperienza, per esempio, è stata buona, anche se pensarmi asperger sta ovviamente semplificando in modo netto (e gradito!) la percezione che ho della mia storia. per me è un passaggio epocale.

    da ragazza ho fatto un’analisi di gruppo classica (7 anni) e da un anno una psicologa (a cui non sarò mai abbastanza grata) mi aiuta a non confondermi troppo nel mio ruolo di mamma affidataria. 

    al primo incontro, 30 anni fa, la mia vecchia analista mi ha detto: lei non ha alcun motivo per fidarsi di me. a me sembra un po’ questo il succo della faccenda: per me l’opportunità è stata e sta nell’esser presa per quello che ero punto e basta, nel bene e nel male. credo che non succeda a tutte le persone con una diversità (credo anche che non succeda a tutte le persone che vanno dall'analista!)  - 30 anni fa, poi, era un davvero po’ un pasticcio. non mi sono dovuta più vergognare della mia intelligenza e dell’intensità delle mie sensazioni e vista l'attitudine, la capacità e la pratica che avevo e ho nel nascondermi agli altri, non è stata una cosa da poco. 

    queste due persone, pur con stili diversi, si sono dimostrate disponibili, caute, capaci di tenermi testa e di accompagnarmi - soprattutto sempre rispettose, forse qui sta il punto. 

    credo che per una persona nelle zone non estreme dello spettro, come immagino di essere io, questa sia una grande opportunità. per me nello specifico ci sono in ballo cose importanti, direi vitali, come aiutarmi a capire e crescere un bambino non mio, poter dire che mi sembra un essere misteriosissimo senza spaventarmi, e proteggerlo dai miei lati più difficili. 
  • GrizliGrizli Post: 288
    Leggendo diversi libri di psicologia mi sono reso conto che viene insegnato il "distacco". Gli psicologi tendono spesso ad analizzare -> risolvere una situazione inquadrandola nei loro schemi mentali (in ciò che hanno studiato). Spesso il professionista si fa un'idea già nei primi minuti e propone subito terapie. E' questo il modo più efficace? Se l'interazione e l'empatia sono realmente importante (come viene ripetuto a tutti gli aspie..), forse questo è l'approccio sbagliato.
    Cosa ne pensate?
    così descritto il distacco parrebbe una sorta di freddezza. a me pare un concetto più vicino a certe immagini di alcune tradizioni orientali: essere distaccato ma benevolente, compassionevole nel senso di empatico. nel caso dell'analista, mai coinvolto nelle emozioni e storie altrui in modo incontrollato. mi sembra assomigli a quando ricordi a tuo figlio che tu sei il grande e lui il bambino per rimettere a posto i ruoli: anche quella, volendo, è una forma di distacco. è intensa per il bambino e (si spera) fruttuosa per il rapporto. cioè è utile, non vuol dire che gli vuoi meno bene o che non partecipi delle sue vicende.
  • wolfgangwolfgang Post: 10,786
    @Folle non faccio terapia.
    Né scusa né accusa. Addestrare le competenze, insegnare valori, e-ducare l'Uomo dalla Bestia. La Natura non è una scusa.
  • DomitillaDomitilla Post: 3,100
    Personalmente ho avuto rapporti terapeutici fallimentari, perché (credo) non sono mai riusciti ad inquadrarmi.
    Avevo come l'impressione che mi catalogassero e spingessero verso l'idea che si erano fatti di me.
    Se dimostravo che si stavano sbagliando, si trinceravano dietro mie presunte resistenze che io non vedevo, ma si sà, roba inconscia...
    Davvero, sono molto, molto delusa.
  • anankeananke Post: 1,585
    Supponi che mi trovi davanti ad una persona con un'indole aggressiva e violenta (e magari un po' "pazza")  ma che per vari motivi soffre di bassa autostima e depressione, quindi passa le sue giornate ripiegata su se stessa. Ora io lo aiuto a tirarsi su, lui riacquista la stima in se stesso e sta così bene che si sente in vena di tornare a compiere crimini.


    No, perchè compiere crimini non è indice di benessere e autostima, ma di un processo disfunzionale in atto proprio sul piano della fiducia in sè stessi e delle proprie possibilità che investe l'individuo e produce perciò la risposta problematica di cui parlavi (il crimine).
    Se nel corso del processo terapeutico io do modo al paziente di sfogare le proprie energie, dandogli un segno positivo, attraverso delle attività - che fungano da canale e che lo valorizzino qualificandolo come essere umano che può dare qualcosa al mondo, se insieme troviamo il modo per far questo, anche lavorando in profondità, alla ricerca delle sue risorse nascoste, di fatto qualcosa in lui cambierà non solo a monte (il nodo disfunzionale dal quale parte l'impulso deviato) ma anche a valle (la presenza del comportamento problema) perchè lavorando su una delle due parti otterrò una mutazione di riflesso anche sull'altra.

    Per il discorso della signora invece penso di possa trovare un compromesso. Senza stravolgere ciò che fa ormai parte della sua realtà, bisognerebbe trovare il modo di integrare l'altro lato dominante represso (quello bohemian) offrendogli delle soluzioni creative, proponendogli delle attività o delle iniziative che aggiungano al quadro della sua vita un certo tipo di sfumature senza spazzare via quello che c'è già. Secondo me le cose possono coesistere senza fare scelte drastiche ad ogni costo. Lì l'impegno del terapeuta sarebbe - dopo aver reso cosciente e portato in superficie la natura Bohemian - quello di studiare assieme alla paziente delle modalità di "sfogo" e di espressione di quella natura, dandole vita senza mettere a repentaglio la realtà che si è creata fino a quel momento.
  • bannato2bannato2 Post: 2,035
    In realtà il distacco non esiste, il nostro cervello fa un pensiero ogni quattro secondi, non può essere mai vuoto.

    il concetto di distacco mira a una comprensione della sofferenza di tipo SPIRITUALE, meditativo, vado sino in FONDO ad essa, ELIMINANDOLA,o meglio, NON  eliminandola da me, non ha niente a che vedere con la mncanza di empatia, è un altro concetto!

    chi sa fare questo, vedi monaci tibetani, è PROFONDAMENTE empatico, perchè esce da se stesso!

    meditare e rielaborare la propria sofferenza mentale, partendo dal concetto che essa fa parte di noi, della vita, che non si elimina, non vi silotta contro, ma la si ACCOGLIE come parte del nostro ESSERE, nel SE', e vi si integra.

    Solo allora si può essere empatici:))

    tutto ciò nasce da una visione del mondo come proiezione della nostra anima, come un mondo di ombre, ti potresti rifare a Platone, che non sono che la visione parziale della verità, sono il modo in cui ti ci rispecchi.

    Perchè la questione neuroni specchio? Non è empatico, chi non sa speccharsi nell'altro, e nel tutto, e coglierne l'essenza, il bene e il male, lo ying e lo yang, l'Idea, la LUCE che sta dietro il tutto, la consapevolezza.

    può specchiarsi nell'altro chi viaggia dentro se stesso, prima, alla ricerca delle sue Emozioni più recondite, più inconfessate,più nascoste, e comprende le proprie e le altrui, GUARDANDOSI ALLO SPECCHIO!:))) 

    perchè gli Altri siamo NOI, il sorriso della mamma diventa il nostro, il suo pianto il nostro, e così via:) E' così che non siamo più soli, la profonda solitudine nasce dalla non accettazione di ciò che siamo, o dalla sua non- comprensione.
    dalla sua non comprensione .
    Non comprendo chi sono cosa faccio e dove vado quindi non faccio parte di niente e il nulla è solitudine .
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