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Gravidanza maschile

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Commenti

  • ValentaValenta Post: 10,759
    @SirAlphaexa poi so che dopo alcuni anni di testosterone per questioni di salute è consigliato asportare utero e ovaie, per prevenire insorgenza di tumori.

    L asportazione non si fa solo per questioni di disforia (ad esempio non andare più dal ginecologo) ma di prevenzione.
    SirAlphaexaWBorg
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  • riotriot Post: 6,425
    @poke sei andata completamente O.T. quindi.
    che c'entrano le madri 70enni e i record plurigemellari col tema del thread? sono cose completamente diverse.

    vuoi "allargare" la discussione? allora spiegaci chi e come ha il diritto di dare dell'eccessivo agli altri, quando una gravidanza NON da materialmente ed economicamente danno agli altri.

    è per questo che dico che dare giudizi di ordine morale/etico sulle scelte sessuali e genitoriali altrui è un retaggio cattolico: la famiglia deve essere rigorosamente eterosessuale, la donna vergine al matrimonio, che è sinonimo di madre bambina ecc. ecc. quindi tutto il resto è comodamente bollato come contro-natura.

    ma qui si parla di gravidanza maschile, che interessa una minoranza di persone le quali - sicuramente - sono soprattutto coloro che transitano.

    @SirAlphaexa vorrei solo dirti che le tue scelte saranno qualle giuste che compirai al momento in cui vorrai/dovrai farle. e nessuno dovrà avere il diritto di sindacare su questo.
    WBorgSirAlphaexa
  • LandauerLandauer Post: 979
    modificato luglio 2017
    Nessun problema per chi sceglie di farlo (sono liberi)

    Nel mio caso, non lo farei. 
    Non partorirei neppure se abitassi con la mia mente in un corpo femminile.
    Non comprendo minimamente il desiderio di diventare madre, portare avanti la gravidanza e accudire un figlio (in senso materno).
    Limite mio.

    Piuttosto, adotterei un bambino (ce ne sono 200 milioni che aspettano solo di essere adottati).
    Così non metto al mondo una bocca in più da sfamare in un mondo sovraffollato (tra un po' di anni, dovremo iniziare a fare i conti anche con questo: siamo, semplicemente, troppi).
    ValentaWBorgwolfgangDoorbludiprussia
    Credo che non appena comincerai a vedere chiaramente dove vuoi andare, il tuo primo impulso sarà di applicarti allo studio. Per forza.
    Sei uno studioso, che ti piaccia o no. Smani di sapere. [...] comincerai ad andare sempre più vicino, se sai volerlo e se sai cercarlo e aspettarlo,
    a quel genere di conoscenza che sarà cara, molto cara al tuo cuore. Tra l'altro, scoprirai di non essere il primo che il comportamento degli uomini 
    abbia sconcertato, impaurito e perfino nauseato. Non sei affatto solo a questo traguardo, e saperlo ti servirà d'incitamento e di stimolante.                                                                         [J.D.Salinger - Catcher in the Rye]
  • Quello che non comprendo è come si concilia la disforia con il desiderio di avere un figlio naturale: se non si riconosce come proprio il corpo femminile, come si può pensare di voler partorire (esperienza tra le più "estreme" del corpo femminile)?
    Scusate la sciocca associazione, ma non è come un vengano che si mangia una bistecca? Quello che mi immagino è un analogo senso di repulsione. Mi sbaglio?
    Valentarondinella61WBorg
    Che io abbia il corraggio di accettare le cose che non posso cambiare, la forza di cambiare le cose che posso cambiare, e la saggezza per poterle distinguere. (versione personale)
  • NewtonNewton Post: 5,326
    Il caso riportato sopra riguarda un uomo transessuale gay, e come sappiamo due uomini per avere un figlio devono adottare o ricorrere alla surrogata. La surrogata, però, costa tantissimo, e non è legale ovunque. Penso che nel caso di questa coppia, fare da sé fosse la via più semplice per concepire un figlio. Penso anche che se due uomini o due donne potessero avere un figlio frutto della genetica di entrambi, sarebbero contenti. Dunque questi due uomini hanno fatto qualcosa di sensato per loro.

    La disforia delle persone trans non è uniforme: c'è chi non sopporta di avere certe parti corporee, per esempio il seno per un FtM di solito è problematico, altri invece non hanno nessun problema con la propria vagina. Dipende da persona a persona.

    Valentarondinella61MononokeHimeriotSirAlphaexaWBorgDoor
  • ValentaValenta Post: 10,759
    Sì infatti @Newton questa situazione riguarda i Trans gay o in coppia con una donna Mtf, si parla di piccole minoranze di persone.
    WBorg
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  • ValentaValenta Post: 10,759
    Comunque a proposito di gravidanza maschile ricordo un episodio.
    Era una puntata di Storie maledette che parlava della vita di un uomo Trans.

    Non aveva fatto nessun tipo di percorso, era di una generazione vecchia, ma sicuramente appariva come uomo a livello di aspetto e linguaggio corporeo.

    La conduttrice gli chiese "non desidera diventare mamma?"
    E lui "veramente padre".

    A me è sembrato assurdo chiedere ad un uomo se volesse diventare madre.

    A volte per le persone cose che a me appaiono semplici sono più difficili da comprendere di quello che sembrano.
    WBorgNewtonrondinella61torukh
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  • NewtonNewton Post: 5,326
    Comunque è interessante vedere come la notizia che ha originato questa discussione sia stata trattata dalla stampa.
    Dalle ricerche che ho fatto, nessuno ha mai parlato davvero di gravidanza maschile, in ambito medico: la clinica citata sta facendo delle sperimentazioni sul trapianto di utero in donne cisgender che hanno un utero danneggiato o che non lo hanno proprio. Poi la stampa ha ipotizzato l'uso del trapianto su donne transessuali, e una dottoressa ha detto che in via del tutto teorica sarebbe possibile forse tra un tot di anni, ma nessuno sta realmente lavorando su questo. Da qui, la stampa è passata alla "gravidanza maschile".
    WBorgmandragola77
  • PavelyPavely Post: 3,350
    Perdonatemi...

    Leggendo la discussione, mi è sembrato di percepire come un aspetto non sia stato sufficientemente sottolineato.

    In sessuologia, esiste una precisa differenza tra persone Transessuali e persone Transgender.

    Le persone transessuali sono coloro che nascono con un'identità corporea liminale non in accordo alla coscienza sessuale dell'organo cerebrale.

    Cioè: il cervello delle persone transessuali percepisce il proprio corpo come femminile quando è maschile o maschile quando è femminile e questo errore percettivo - che possiamo chiamare "Sessualità Fantasma" in analogia con la 'Sindrome dell'arto fantasma' - genera una sofferenza enorme.

    Solo con Lili Elbe e con le prime persone che hanno parlato della propria condizione transessuale la Cognizione del dolore è cambiata. Prima si provava un disagio enorme, non esistevano parole per definire il Dolore transessuale. Nascere con un Corpo sbagliato e aspirare alla Transizione significa, oggi,comprendere di soffrire. Credo che occorra un'opera di sensibilizzazione e di empatia verso la condizione di chi nasce, tecnicamente, con un corpo con caratteri sessuali non propri.

    §

    Accanto alle persone transessuali, ci sono le persone Transgender.

    Le persone Transgender non hanno alcuna percezione della differenza tra Maschile e Femminile.

    Possono, cioè, sentirsi a loro agio avendo un seno e il pene. Oppure possono, perfettamente, vestirsi con abiti della moda femminile e avere la barba e considerare la cosa perfettamente normale. Anche: una persona Transgender può desiderare di partorire ed essere socialmente considerato il papà. Et alia.

    Se la persona transessuale ha la perfetta cognizione di quale sia il suo sesso, la persona transgender no, nel modo più assoluto.

    §

    Nei fatti: nella Cultura cattolica tradizionale, la condizione Transessuale è spesso sovrapposta culturalmente all'Omosessualità. Cioè: molti elementi propri della condizione di chi è in Transizione vengono uniti ai temi propri di un'analisi di un Comportamento sessuale e non di un'Identità sessuale.
    Questa confusione genera discriminazione.

    La genitorialità è legata all'Identità sessuale e non al Comportamento sessuale. L'Omosessualità è un comportamento sessuale, si noti. Una donna che ama una donna è una Donna. Non ha alcun dubbio sul punto. Così un Uomo che ama un Uomo. L'unica cosa che contraddistingue un omosessuale da un eterosessuale è come fa sesso. Ma fare sesso, se si osserva la ROUTINE QUOTIDIANA, è un attività che non ha un legame con la Genitorialità. Nelle famiglie omsessuali ci sono due coniugi e un padre o una madre biologici. E' qualcosa di naturalissimo nella specie umana ed è sempre accaduto, accade e accadrà sempre. Negarlo equivale a negare la Naturalezza dell'omosessualità. Attualmente, l'omosessualità non è più una Malattia mentale.

    Ora: se nell'Omosessualità l'Identità corporea sessuale non è in gioco nella condizione Transessuale e in quella Transgenere avviene l'esatto opposto.

    Cioè: se due genitori gay, ad esempio, saranno due papà, un genitore transessuale o un transgenere non è né padre né madre. Ma non è tale nel processo di t r a n s i z i o n e.

    §

    Proprio questa parola, 'transizione', mi sembra non sia venuta sufficientemente alla luce.

    Ciò che dobbiamo chiederci, secondo me, è QUANDO termina una transizione.

    Per definizione la Transizione può terminare quando il corpo è completamente coerente con l'Identità sessuale presente nel Cervello della persona che stiamo conoscendo.

    Se nel Cervello della persona in questione, l'Identità femminile è fortissima, allora la Transizione può terminare SOLO con il trapianto dell'Utero e con la possibilità di avere un figlio e portare a termine una gravidanza.

    Nel caso opposto, in modo arbitrario, le persone LIMITANO la Transizioni LEDENDO giuridicamente i Diritti costituzionali della persona in questione.

    §

    La cosa che va osservata, però, è questa: anche i Transgenere hanno il diritto di diventare genitori.

    Anche se un essere umano non si riconosce, nel modo più assoluto, sia nel sesso maschile che in quello femminile ha diritto di mettere al mondo un figlio (esattamente: lo dice la legge, attenzione).

    Io vorrei invitarvi a riflettere su come un figlio debba chiamare un genitore transgenere. I termini "papà" e "mamma" sono privi di senso così come sono privi termini come "maschio" e "femmina".

    Una persona Transgenere può ASSOMMARE in sé sia i caratteri maschili che quelli femminili sia negarli completamente.

    Una persona Transgenere può cioè aspirare alla NEUTRALITA' e quindi desiderare coscientemente di non avere caratteri sessuali e può, altresì, aspirare ad avere entrambe le condizioni (cioè un pene, un seno, un utero e così via) secondo ciò che lo fa stare bene.

    §

    I Cattolici e molte persone confondono la Cultura Queer o il Travestitismo con l'identità Trans.

    E' un'errore enorme...

    §

    Io vorrei solo comunicarvi una cosa.

    A livello psicologico, noi possiamo SOLO intuire, percepire, e solo se facciamo un esercizio IMMENSO di Empatia, il dolore e la sofferenza interiore che possono provare i Trans.

    Io non dirò mai di c a p i r e cosa provino.

    Ma a me preme ripetere che ogni notta che un Transessuale va a letto SOGNA sé stesso nel sesso opposto. Sempre. Ogni pensiero, idea, parola, azione sono coerenti con un'identità che non è la sua.

    Negare - come si fa - la Transizione fino al limite estremo del Trapianto di Utero (o della sua asportazione) sia chiaro è, ai miei occhi, qualcosa di illogico.

    Così come gli Omosessuali sono sempre esistiti, i Transessuali e i Transgenere sono sempre esistiti.

    §

    Trovo terribile che esistano persone che effettivamente indaghino se una persona Transessuale abbia un disagio psichiatrico: è un abuso.

    Occorre fare una RICOSTRUZIONE STORICA non una diagnosi medica. Occorre avere prove concrete e storiche, famigliari e ambientali, conoscitive e visuali e materiali.

    Una persona realmente Trans può ampiamente testimoniare il proprio disagio.

    E se soffre, deve essere aiutato a portare a termine la ricerca della sua identità.

    §

    Io Paolo, quindi, sono assolutamente a favore del Trapianto di Utero. Sempre.

    E lo sono sia per le persone Transessuali proprie sia per le persone Transgenere.


    ValentaWBorgLandauer
  • ValentaValenta Post: 10,759
    modificato luglio 2017
    Ha ragione Pavely , probabilmente questi uomini incinti non sono transessuali ma transgender, quindi la loro è una situazione diversa.
    (Ho corretto le inesattezze) .


    Per il resto quoto il suo intervento, l ho trovato molto toccante.
    Post edited by Valenta on
    WBorg
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  • NewtonNewton Post: 5,326
    @valenta mi pare un po' azzardato parlare di "transessuali puri". 
    Una persona che ha (o sta) transizionato si può definire in tutto e per tutto transessuale, non è il livello di disforia che definisce una persona. Secondo quel ragionamento una larghissima parte di FtM dovrebbe essere "solo" transgender perché non si sottopone alla falloplastica o metoidioplastica.

    I termini a cui fa riferimento @pavely sono quelli legali, ma culturalmente le persone transgender e transessuali non sono definite sulla base degli interventi.
    WBorgValentaSirAlphaexaPavelyriot
  • ValentaValenta Post: 10,759
    Ok @Newton ho espresso male quello che volevo dire, tra l altro è molto sfumata la differenza tra transessuale e transgender.
    Volevo parlare di "transessualismo classico ", cioè quello descritto da Pavely e i testi scientifici.

    Che non c entra niente con fare o non fare gli interventi.
    WBorgNewton
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  • Andato_87Andato_87 Post: 3,049
    modificato luglio 2017
    Totalmente in disaccordo. La natura non va forzata.
    E comunque non ho alcuna intenzione di avere figli neanche da padre, figuriamoci restare "incinto", con tutto lo stress che comporta.
    WBorg
  • WBorgWBorg Post: 4,497
    E una notizia che gira nel web da questa mattina. Al inizio sembrava una bufala ma sono molte le agenzie che la danno come vera.

    Il link e questo
    https://www.newsitaliane.it/2017/un-uomo-55-anni-afferma-incinto-ermafrodita-114389

    Sostiene di essere in dolce attesa, precisamente al quarto mese di gestazione, e che se la gravidanza andrà bene a dicembre intende sottoporsi al parto cesareo, nonostante i nove mesi naturali scadrebbero nel mese di febbraio. Quando la notizia è apparsa sui social network in molti l’hanno scambiata per una “bufala”, ma invece è tutto vero.
    Sembrerebbe il remake del film con Mastroianni, se non fosse che per comprovare il suo stato l’uomo mostra una serie di documenti dell’Asl (test di gravidanza con esito positivo), del medico curante (che a luglio parla di “paziente affetto da ermafroditismo vero in stato di gravidanza alla decima settimana”) e alcune ecografie. Ma come avrebbe fatto a restare incinto? A sentire lui, si sarebbe auto-fecondato, anche se secondo gli esperti è impossibile. Sempre il quotidiano La Stampa riporta il parere dello specialista Roberto Jura, ex primario di Ostetricia presso il nosocomio di Biella. Conosce il caso del signore che ha visitato più volte, ma non lo vede da 7-8 mesi perciò non può negare né confermare ciò che egli dice. Inoltre gli esiti dei test effettuati potrebbero essere stati alterati da eventuali squilibri ormonali. Per chiarire la questione definitivamente sarebbe necessario effettuare una laparoscopia. Ma una gravidanza, nella strampalata ipotesi che sia fattibile, “sarebbe forse possibile solo fecondando un ovulo artificialmente fuori per impiantarlo in un uomo che abbia una femminilizzazione dei tessuti pelvici”. Ci sono casi di “mascolinizzazione nelle donne per disturbi alle ovaie o di femminilizzazione negli uomini”, spiega ancora l’esperto.
    Può un uomo restare incinto? Il dibattito scoppiò per la prima volta nel 2008, quando Oprah Winfrey ospitò nel suo programma il primo uomo incinto della storia: Thomas Beatie. L’uomo in ‘dolce attesa’ si presentò in studio insieme alla moglie e l’ostetrica Kimberly James. Molti telespettatori rimasero stupefatti e, nonostante la testimonianza di Thomas, il nodo non è mai stato sciolto. Esiste veramente la gravidanza maschile o le storie che si sentono o vengono pubblicate sono mere bufale?

    Né uomo né donna, 7 cose che non sai sugli ermafroditi
    L’intersessualità, o più semplicemente ermafroditismo, è un tema molto delicato e controverso. Il termine nasce dal personaggio della mitologia greca Ermafrodito, figlio di Ermes e di Afrodite che, secondo il poeta latino Publio Ovidio Nasone, era un ragazzo molto bello che venne trasformato in un essere androgino dall’unione fisica soprannaturale avvenuta con la ninfa Salmace. Venendo ai nostri tempi per ermafrodita si intende quell’anomalia caratterizzata dalla presenza nello stesso individuo di tessuto ovarico e testicolare. Sono infatti chiamate ermafroditi le persone le cui caratteristiche esteriori possono apparire molto diverse: puramente femminili, ambigue o puramente maschili. Anche se nei neonati l’aspetto degli organi genitali esterni è spesso ambiguo, la presenza di un pene permette di considerare questi bambini appartenenti al sesso maschile. Nella maggior parte dei casi si può comunque constatare la presenza di un utero. Essendo un mondo spesso sconosciuto, quello degli ermafroditi genera spesso confusione tra le persone. Ecco quindi qualche curiosità.

    1. Ma cosa è un ermafrodita? Si tratta di maschi con il pene e i testicoli molto piccoli (o addirittura testicoli interni) e anche un accenno di vagina. Queste situazioni hanno diversi gradi e sono più o meno evidenti, in più possono aggiungersi altri disturbi: uomini con assenza di peluria e voce soave, o donne irsute, con tratti e timbro di voce molto mascolini.

    2. Durante la pubertà, sotto lo stimolo degli ormoni sessuali, nella metà dei casi si sviluppa il seno e compare il ciclo mestruale. La produzione di spermatozoi è invece rara, a differenza della comparsa dell’ovulazione. Una gravidanza in un ermafrodita è possibile solo quando il cariotipo è quello di una donna normale.

    3. Ognuno di noi potrebbe avere sia gli organi sessuali maschili che quelli femminili senza saperlo. Secondo alcune ricerche, circa 1 persona su 1500 nasce con un genere non definibile attraverso le categorie standardizzate di maschio o femmina e possono essere, quindi, definite intersessuali. Di queste, però, solo in una persona su 100 l’ambiguità è evidente.

    4. Esiste l’”ermafroditismo sequenziale” Tipico delle specie vegetali e animali, si riferisce agli esseri viventi che cambiano genere nel corso dell’esistenza. Ve ne sono di tre tipi: alternanti, cioè possono cambiare genere più di una volta durante il loro ciclo vitale, proterandriche, qualora inizino la stagione riproduttiva come maschi e la completino come femmine e proteroginiche, nel caso che inizino la loro stagione riproduttiva come femmine e la completino come maschi.

    5. In Italia non esiste una legge o normativa che tuteli o semplicemente affronti questo tema delicato. Quando un figlio (una figlia?) nasce con questa anomalia i genitori devono scegliere il genere più adatto tenendo conto dell’aspetto fisico esteriore e delle condizioni degli organi genitali interni.

    6. Se non è possibile effettuare una diagnosi alla nascita, bisogna tenere conto dell’educazione data al soggetto. Durante la crescita occorre rafforzare il sesso prescelto con l’ablazione chirurgica degli organi che gli sono estranei e, se necessario, con cure ormonali.

    7. La sindrome di Morris o femminilizzazione testicolare è una sindrome determinata da un diverso percorso nella differenziazione sessuale: persone con corredo cromosomico 46,XY (a cui corrisponde un fenotipo maschile) sviluppano caratteri sessuali femminili. Oggi si conosce questa condizione e si deve definirla più correttamente sindrome da insensibilità agli androgeni, in inglese androgen insensitivity syndrome (ais).

    La distinzione più diffusa e pervasiva nelle società occidentali, a livello culturale e strutturale, è quella tra femmina e maschio; distinzione che è anche tra quelle date maggiormente per scontate, tanto da essere considerata evidente in sé e “naturale”. Eppure una parte non irrilevante della popolazione mondiale nasce con caratteristiche che non rientrano nella rigida dicotomia: mi riferirò all’insieme di queste forme con il termine “intersessualità” per indicare quella molteplicità di condizioni per le quali si può nascere con un set genetico, e/o endocrino, e/o con caratteristiche sessuali primarie o secondarie che non rientrano nelle usuali e tipiche definizioni di femmina e maschio.

    La terminologia adottata in ambito medico a partire dal 2006 è disorders of sex development (DSD), che in italiano viene tradotta in “disordini della differenziazione sessuale” o anche “disturbi dello sviluppo sessuale”. Io preferisco usare i termini intersessuale/intersessualità, e i motivi di questa scelta sono principalmente due: in primo luogo perché DSD richiama e suggerisce una condizione patologica, appunto di “disturbo” o di “disordine”, sottintendendo una deviazione nello sviluppo sessuale altrimenti “normale” della persona. Si tratta dunque di un linguaggio patologizzante, mentre le varie forme di intersessualità non sono necessariamente correlate ad una patologia o a condizioni mediche, sebbene alcune lo siano. In secondo luogo, perché con il termine intersessualità voglio anche porre l’accento sugli aspetti di costruzione culturale, sociale e storica della stessa definizione, nonché sulla dimensione delle relazioni di potere e politiche che interessano i corpi sessuati, le definizioni di femminile e di maschile, il genere, le identità di genere e gli orientamenti sessuali.

    Anche quella di intersessuale, infatti, è una categoria costruita socialmente e culturalmente, come lo sono quelle di femminile e maschile4 e, come queste, anch’essa riflette una serie di variazioni biologiche. Nonostante questo, in numerose società, l’intersessualità è stata e viene tuttora patologizzata, invisibilizzata e, dal secolo scorso, medicalizzata attraverso interventi farmacologici e/o di chirurgia estetica sugli infanti con lo scopo di “normalizzarne” i genitali anche in assenza di una patologia o di una reale esigenza medica per la salute del bambino.

    La percentuale di incidenza dell’intersessualità dipende da quali variazioni si considerano e da quali definizioni si usano. Secondo la biologa Fausto-Sterling, su 1000 nati 17 presentano una qualche forma di intersessualità; anche Preves parla di un’incidenza intorno al 2%, e Dreger di una percentuale di un terzo ogni 2000 nati, riferendosi però specificatamente ai casi in cui la conformazione dell’anatomia sessuale è considerata atipica.

    La cornice patologizzante e l’opera di invisibilizzazione, così come la normalizzazione precoce, non hanno certamente favorito e non aiutano nella raccolta e nella possibilità di analisi di dati chiari e precisi, dati che, infatti, sono ancora insufficienti e, presumibilmente, per alcune variazioni, fortemente sottostimati. Va detto, inoltre, che la maggioranza delle forme di intersessualità non è visibile alla nascita. È il caso, per esempio, delle forme di completa insensibilità agli androgeni (Cais): il fenotipo è tipicamente femminile fin dalla nascita e le ragazze possono scoprire di avere cromosomi sessuali XY all’età della pubertà dopo essersi sottoposte ad esami diagnostici per accertare le cause dell’assenza di menarca6. Lo stesso dicasi per il caso di maschi con cromosoma XXY che possono venirne a conoscenza da adulti in un percorso di analisi dei motivi di infertilità.

    Il punto fondamentale è che la specie umana si presenta in molteplici forme che non rientrano necessariamente nel rigido dimorfismo sessuale di cui è imbevuta la cultura occidentale. Come scrive Connell «la nostra rappresentazione del genere è spesso dicotomica, ma la realtà non lo è». Già nei primi anni ’90 Fausto-Sterling sollevava il problema di una biologia sessuata che produce la naturalizzazione di sessi bipolari e non permette di comprendere ciò che non rientra in quella rigida divisione; ma «se la natura ci offre davvero più di due sessi, ne segue che le nostre attuali nozioni di maschilità e femminilità sono concetti prettamente culturali».

    Date queste premesse, l’analisi delle pratiche attraverso cui viene decisa l’attribuzione del sesso/genere e la ricostruzione chirurgica del sesso può essere di grande aiuto nello svelare la cornice entro cui si fonda la costruzione socioculturale del sesso e del genere e i significati dominanti ad essi attribuiti, così come a mettere in evidenza quanto credenze sociali generalmente accettate e spiegazioni scientifiche dominanti possano generarsi e rinforzarsi a vicenda.

    Altrettanto interessante indagare in che modo l’intersessualità è stata percepita, classificata e normata nel corso della storia. La figura dell’ermafrodito è presente nelle raffigurazioni artistiche già a partire dal IV sec. a.C., prima delle fonti scritte sul tema a noi note. Nel pensiero filosofico occidentale e nel mito la troviamo nel Simposio di Platone che, tramite Aristofane, ci parla dell’origine androgina dell’essere umano, così anche Diodoro Siculo, mentre Ovidio nelle Metamorfosi narra di Ermafrodito e delle conseguenze dell’amore di Salmace per lui, e Plinio racconta delle trasformazioni di femmine in maschi, cui egli stesso avrebbe riscontrato testimonianze nel continente Africano11. Del resto di nascite di persone intersessuali si ha documentazione almeno fin dall’antichità greca e romana.

    La perfezione rappresentata dall’ermafrodita e il rispetto tributato a questa figura si limitano però alla sfera del mito e del divino, perché, in realtà, in epoca greco-romana la persona che alla nascita presentava un sesso anatomico non chiaramente identificabile secondo gli schemi dominanti, veniva condannata a una morte orribile, per annegamento o per arsione. È con la Mishnah ebraica di Giuda il Santo e, poi, con il De statu hominum nei Digesta cristiani di Giustiniano che viene sancito il diritto alla vita per chi nasceva con sesso atipico. «Questo diritto, però, era subordinato alla scelta, da parte dell’individuo, di uno dei due sessi a cui doveva uniformare usi e costumi sessuali, pena la morte. […] il vincolo dell’adeguamento al sesso prescelto era finalizzato a impedire che queste persone potessero sfruttare la versatilità sessuale del proprio corpo per alternare il ruolo sessuale maschile e quello femminile».

    Per migliaia di anni ha prevalso un modello culturale monosessuale secondo cui gli esseri umani derivano da un unico sesso di cui la versione perfetta è rappresentata dal maschio mentre la femmina incarnerebbe una versione inferiore: le differenze non sarebbero quindi di sostanza ma di intensità e il modello maschile lo standard da cui le forme umane si differenziano per intensità di calore e conseguenti gradi di imperfezione. Se questa cornice rendeva più flessibili i confini tra i due sessi riconosciuti, contemplando anche possibili variazioni intermedie di cui le diverse forme di intersessualità erano prova, nello stesso tempo però risultava invece rigida la dicotomia nei ruoli di genere dal punto di vista sociale e giuridico. Era quindi ammessa l’esistenza e il diritto alla vita di quelle persone che dal punto di vista dell’anatomia sessuale uscivano dai canoni prevalenti, però queste stesse persone dovevano scegliere una volta per tutte se vivere come donne o come uomini.

    Le regole del diritto canonico e civile prevedevano che fosse il padre o il padrino a scegliere il genere da assegnare al minore ma, all’approssimarsi dell’età adulta, l’individuo poteva decidere di cambiare il genere assegnatogli e in cui era vissuto fino a quel momento e adottare ruolo e panni del genere opposto, previo giuramento. Quindi, sebbene anche in epoca medioevale si abbiano testimonianze di persone intersessuali condannate a morte per il solo fatto di essere anatomicamente differenti dalla maggioranza della popolazione, la giurisprudenza apriva altre possibilità che prevedevano il diritto alla vita e il riconoscimento all’autodeterminazione della persona alla maggiore età.

    Nel corso del Cinquecento la condizione formale delle persone intersex sembra migliorare. Le legislazioni stabilivano regole che riconoscevano l’ermafroditismo come una condizione eccezionale e atipica di esistenza ma naturale e non patologica o sbagliata. Anche in questi casi vi era in prima istanza il diritto delle famiglie di decidere secondo quale genere allevare il figlio ermafrodita, e, successivamente, il diritto dell’individuo maggiorenne a scegliere autonomamente per sé, con tutte le conseguenze giuridiche che la scelta comportava. Le principali preoccupazioni alla base di queste legislazioni non erano legate soltanto alla risoluzione di problemi pratici relativi a questioni di proprietà ed eredità o al valore delle testimonianze durante i processi: avevano a che vedere anche con l’istituto del matrimonio, in particolare con il timore di sancire un’unione in cui potesse essere praticata quella che allora veniva indicata come “sodomia”, o anche che i due coniugi potessero alternarsi rispettivamente nei ruoli di marito e moglie o di madre e padre.

    Un altro problema era dettato dal timore che persone intersessuali con una prevalenza del femminile potessero arrivare a ricoprire il ministero ecclesiastico, esercitare i sacramenti, rivestire un giorno il ruolo di papa. Tutte queste preoccupazioni si fondavano sul timore di incrinare la struttura sociale e politica basata sul rigido binarismo dei ruoli di genere e sulle conseguenti forti gerarchie di potere esistenti tra donne e uomini così come sui loro diversi diritti e doveri.

    Tra Cinque e Seicento si possono scorgere le tracce di quello che Marchetti considera «uno scontro in atto […] tra la scienza medica e quella giuridica, ancora dirette nei loro principi e nei loro fini dalla teologia e dall’autorità delle chiese, ma in procinto di rendersi sempre più autonome, per poter prendere direttamente il controllo delle anomalie sessuali e governare le popolazioni senza mediazioni spirituali». In particolar modo fin dal Cinquecento, i medici «nel complesso intreccio di questioni sollevate di continuo dai teologi e dai giuristi […] avevano cercato di ritagliarsi uno spazio professionale proprio sostenendo la tesi dell’impossibilità tecnica dell’androginia perfetta e insistendo quindi sullo pseudoermafroditismo come stato patologico degli organi genitali» .
    Con la rivoluzione scientifica e l’affermarsi di quella che può essere definita scienza moderna, inizia ad incrinarsi il modello monosessuale e a prendere corpo il modello del dimorfismo sessuale, su cui si basa ancora oggi la cultura occidentale e la percezione dominante relativa alle differenze binarie di sesso e al loro stretto legame con quelle di genere. Al rinnovato interesse per l’anatomia femminile, nel Seicento, si accompagna l’interesse per «ogni evento strano o singolare» e «nel momento in cui la somiglianza tra i sessi veniva sostituita dalla loro netta contrapposizione e differenziazione si generava una profonda inquietudine verso chi non rientrava completamente in questa classificazione binaria […]; una crescente preoccupazione che a sua volta alimentava la nuova centralità attribuita al mostruoso»18 19. Secondo Foucault le irregolarità fisiche, le deviazioni dalla norma, le atipicità nel corpo iniziano ad essere lette, dalla scienza e dalla medicina moderne, come potenziale segno di deviazione morale, come condizionamento del carattere e dei comportamenti.

    Tra Otto e Novecento uno dei compiti della scienza positivista diventa quello di cercare nei corpi delle persone “i segni della degenerazione” e i motivi dell’insorgenza di comportamenti considerati anomali e devianti. È proprio in quel periodo che vengono coniati anche termini specifici quali omosessuale (nel 1869 da Benkert), invertito (1878, Tamassia), sesso intermedio o intersessuale (1908, Carpenter), travestito (1910, Hirschfeld). Diventa ingente la produzione medico-scientifica o, piuttosto, pseudo-scientifica da parte di antropologi criminali, medici e psichiatri su questi argomenti. La scoperta poi delle potenzialità di entrambi i sessi presenti nell’embrione rendeva ancora più urgente, nella smania di classificazione e di normalizzazione, stabilire i confini precisi tra i sessi, «tra natura ed educazione, tra sesso biologico e sesso psicologico», così come la «vera natura» del sesso degli ermafroditi. Sono questi i decenni della polarizzazione delle dicotomie (maschio/femmina, virile/femmineo, etero/omosessuale, normale/patologico) e della concettualizzazione delle differenze di genere sulla base del determinismo biologico che ispirava anche le neonate antropologia e sociologia positiviste.

    Dalla seconda metà del Novecento in ambito medico negli Stati Uniti si afferma l’intervento di “normalizzazione” chirurgica dei bambini intersessuali, in particolar modo a seguito e sotto l’influenza delle sperimentazioni dello psicosessuologo John Money e della sua équipe che teorizzava la neutralità psicosessuale dell’infante e riteneva che il suo “sano” sviluppo dipendesse primariamente dall’aspetto dei genitali e da una chiara educazione al genere assegnato entro il secondo anno di età. Per decenni, dunque, dagli anni ’60 in poi, ha dominato il filone di pensiero che ritiene che lasciare che un/a bambina/o cresca con genitali atipici provocherà danni irrevocabili sulla sua psiche nonché disagi di carattere sociale. I protocolli medici, che prevedono interventi di medicalizzazione dell’intersessualità, sono attuati ancora oggi nella maggior parte dei paesi industrializzati e si basano su trattamenti farmacologici e chirurgici corrispondenti all’assegnazione precoce di sesso/genere.

    Tali protocolli rientrano nella cornice teorica e in un sistema socioculturale di riferimento in cui la “normalità” viene fatta coincidere con la dualità femmina/maschio, alla quale deve corrispondere una donna o un uomo con un’identità di genere conforme al sesso biologico e con un orientamento sessuale di tipo etero. Ciò che non rientra in questa polarizzazione, più o meno accentuata a seconda dei contesti di riferimento, ciò che non è considerato conforme ai modelli dominanti e ai dispositivi normativi di sesso e di genere, è etichettato come sbagliato, “anormale”, patologico: iniziano conseguentemente pratiche per invisibilizzarlo e modificarlo in ragione della sua “normalizzazione”. Questa, appunto, ha lo scopo di indirizzare l’infante verso “uno dei due sessi” convenzionali e riconosciuti, visto che non è ritenuto socialmente ammissibile che vi sia qualcosa di altro: perciò, una serie di variazioni biologiche umane, che non creano disturbi e patologie nell’individuo (tranne in alcuni specifici casi, come detto), viene etichettata come “emergenza psicosociale” e medicalizzata attraverso pratiche farmacologiche e di chirurgia estetica, il più delle volte irreversibili, in soggetti che oltretutto non sono in grado di dare il proprio consenso informato data la troppo giovane età.
    Negli ultimi decenni vi è stata una forte pressione per modificare tali protocolli e orientarli al pieno rispetto della persona: un ruolo di primo piano in questa battaglia è stato rivestito dalle associazioni intersessuali grazie al rilevante contributo di persone intersex adulte e alle loro testimonianze degli umilianti e dolorosi effetti di lungo termine derivanti dalla chirurgia precoce.

    Altrettanto significativo l’impegno di alcuni scienziati, ricercatori, studiose femministe, psicologi e medici che hanno messo in dubbio la validità scientifica di tali protocolli e la loro efficacia, proponendo alternative significative sia sul piano della pratica medica, sia su quello socioculturale e politico. Del resto, vale la pena ricordare che la più grande associazione intersex statunitense è nata come risposta ad un importante articolo di Fausto Sterling nel quale, alla luce della realtà incarnata dalle persone intersessuali, l’autrice proponeva di considerare cinque categorie sessuali o, ancora meglio, di pensare all’essere umano come ad un continuum ai cui due poli estremi si trovano la femmina e il maschio biologici “standard”, e lungo di esso un insieme (tra l’altro tutt’altro che numericamente irrilevante) di persone con varietà cromosomiche e/o fenotipiche che non rientrano in quei due opposti.

    In Italia, dalla letteratura recente e dalle interviste al personale medico che ho effettuato in questo primo percorso di ricerca sociologica , emergono una maggiore attenzione e considerazione rispetto al passato anche nei confronti di quelli che possono essere gli effetti di lungo periodo di interventi decisi in età precoce; le tecniche adottate risultano più sofisticate e attente anche nella prima fase di decisione di attribuzione del sesso e del genere; e, infine, anche nel nostro paese, stanno emergendo posizioni per la produzione di linee guida che «invitano […] a ritardare gli interventi chirurgici e a posticipare i trattamenti ormonali per consentire una partecipazione attiva del soggetto alla decisione (qualora ciò si renda possibile data l’età dello stesso), sia in riferimento alla propria percezione della identità sessuale, che in riferimento al bilanciamento dei rischi e benefici dell’intervento» in vista della tutela del benessere della persona.
    Nonostante si intravedano tendenze al cambiamento, sulla scia di quelle già in atto in altre parti del mondo, rimane il fatto che, in Italia, gli interventi sui bambini continuano ad essere fatti anche laddove non vi è alcun disturbo fisiologico. Probabilmente la tendenza a femminilizzare i bambini intersessuali è diminuita, ma gli interventi di chirurgia estetica per normalizzare i genitali continuano e gli sforzi sono concentrati soprattutto in vista del perfezionamento delle tecniche e della buona riuscita dell’operazione dal punto di vista del risultato immediato ed estetico, mentre i dati di follow up sono ancora troppi scarsi.
    Questa situazione, come testimoniano anche i medici intervistati, è dovuta sia alla cornice socioculturale, sia alle pressioni che i medici ricevono da parte dei genitori – a loro volta condizionati dal contesto e solitamente impreparati ad affrontare un evento come quello della nascita di un figlio intersessuale, data l’omertà, la segretezza e la generale mancanza di informazioni sull’argomento. Sul problema del rapporto con i genitori, una genetista afferma:

    È vero che ci potrebbe essere un counseling serrato con i genitori che imparano a trattare al femminile una figlia con un fallo ecc., ma è complesso […] il rapporto con i genitori è complesso, perché loro davvero hanno bisogno di sostegno e lì purtroppo non c’è una cosa strutturata, va improvvisata di volta in volta,. loro hanno proprio bisogno di un counseling per reggere una identificazione di un femminile o di un maschile senza un genitale chiaro, questo è un dato di fatto che è così.

    by Mgid
    Tulipa
    Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale
  • WBorgWBorg Post: 4,497
    http://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2018/02/15/usa-trans-riesce-ad-allattare-grazie-a-terapia-ormonale_4d78b48b-525c-4223-b51e-2dfb81978754.html

    Trans riesce ad allattare grazie a terapia ormonale negli Usa


    Con una terapia ormonale specifica una trans, in terapia femminilizzante da diversi anni, è riuscita ad allattare il figlio avuto dalla compagna. La vicenda, la prima di questo tipo nella letteratura scientifica, è stata descritta sulla rivista Transgender Health. La paziente, di 30 anni, si è presentata al Center for Transgender Medicine and Surgery del Mount Sinai Hospital di New York affermando che la compagna non voleva allattare.

    "La storia medica mostrava una significativa incongruenza di genere, per la quale la paziente ha iniziato nel 2011 una terapia con ormoni femminilizzanti - scrivono gli autori - che stava seguendo anche al momento della prima visita". I medici hanno applicato alla trans il protocollo ormonale per la 'lattazione indotta non puerperale', che si usa anche per le donne per stimolare la produzione di latte. Il regime ormonale, insieme alla stimolazione con un tiralatte, ha fatto sì che dopo tre mesi la paziente producesse un quantitativo di latte sufficiente a nutrire il bambino per i primi sei mesi.

    "Durante questo periodo - precisa lo studio - la crescita del bambino è stata regolare". La vicenda è opposta a quella di Trevor McDonald, salito alla ribalta delle cronache nel 2016, un trans che si stava sottoponendo a terapia mascolinizzante ma che ebbe comunque due figli regolarmente allattati. "Noi vogliamo offrire ai nostri pazienti tutte le opzioni possibili - spiegano gli autori dello studio in un'intervista Al Washington Post - e questo caso è un passo in avanti".

    ValentaWendy
    Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti è da ritenersi puramente casuale
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